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(Testimonianze n.313, 1989, p.39)

Amazzonia ultimo polmone verde del pianeta! Dobbiamo salvarla per il futuro dei nostri figli.

E’ questo il grido che corre per l’Europa e gli altri paesi industrializzati, in un ultimo sussulto di neocolonialismo tinto del verde ecologico.

L’allarme per la scomparsa delle foreste equatoriali è stato lanciato oltre quindici anni fa [1] e poi ripreso molte volte sia dalle associazioni ambientaliste che dall’ONU.

Come viene infatti esplicitato nella relazione della cosiddetta Commissione Brundtland [2] dell’Onu e nel Rapporto sullo Stato del Mondo del Worldwatch Institute [3] dello scorso anno, le foreste scompaiono a velocità vertiginosa divorate da un’insana corsa al territorio ed al legname che ne dilapida le risorse.

Almeno fossero distrutte per soddisfare effettive necessità e per creare migliori condizioni socio-economiche.

Invece è una perdita netta per il pianeta e per le popolazioni dei paesi cosiddetti in via di sviluppo.

Coloro che oggi gridano per salvare la foresta sono gli stessi che fanno di tutto per distruggerla, con il loro livello di vita ingiurioso nei confronti del mondo, con la loro sete di viaggi e di lussi. Dove finiscono i legnami pregiati dell’Indonesia e del Sud America? dove i minerali dell’Amazzonia? chi mangia amburgher nei fast-food?

Uno dei problemi che oggi assillano il mondo è quello della scarsità genetica; la maggior parte del cibo proviene dalla coltivazione e dall’allevamento di un numero sempre più ristretto di specie e di razze. Oggi i semi vengono distribuiti da pochi centri specializzati; nei paesi industrializzati sono sorte banche genetiche che conservano i geni di specie scomparse od in via di estinzione poiché essi sono la base per gli interventi che possono permettere di rendere resistenti a nuove malattie le coltivazioni attuali. Simili interventi hanno già permesso di salvare la produzione del granturco negli Stati Uniti nel 1970 [2] e molto prima la produzione del vino in Europa, quando si dovettero importare vitigni resistenti alla peronospera. Per non parlare poi delle specie che potrebbero fornire medicinali od addirittura combustibili.

Le banche sono nei paesi industrializzati, gli Stati Uniti hanno anche riconosciuto il diritto di brevetto sui prodotti viventi dell’ingegneria genetica, ma la miniera dei geni è nel terzo mondo, è nelle foreste equatoriali che contengono dal 50 al 90% delle specie animali e vegetali conosciute, pur occupando solo il 6% del pianeta [2]; per non dire delle specie sconosciute.

 

Ci si preoccupa giustamente per l’effetto serra, cioè del riscaldamento della Terra dovuto principalmente all’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera, cui la deforestazione porta un contributo quasi pari a quello dovuto all’uso dei combustibili fossili, ma di ciò si fa carico soprattutto al terzo mondo, trascurando la deforestazione passata e attuale dei nostri paesi, la distruzione delle foreste dovuta alle piogge acide, alla cementificazione selvaggia, allo sfruttamento senza futuro dei nostri territori.

L’Amazzonia deve veramente diventare un simbolo, ma di ciò che ha rappresentato il raduno degli Indios tenutosi ad Altamira, nello stato Brasiliano del Parà alla fine dello scorso febbraio.

Il “buon selvaggio” chiede il rispetto dei diritti delle popolazioni che abitano i cosiddetti territori vergini, che si ponga fine al genocidio dell’uomo e dell’ambiente, cinicamente perseguito in nome di un fantomatico sviluppo guidato dalle multinazionali minerarie ed agricole.

“Voialtri parlate assai poco di vita e molto invece di sopravvivenza. E’ della massima importanza tenere presente che le possibilità di sopravvivenza cominciano quando si esauriscono le possibilità di vita. E c’è gente, qui in Brasile, soprattutto nella regione amazzonica, che continua a vivere e non ha voglia di ridursi al livello della sopravvivenza.”([2], pag.68, intervento di un ascoltatore in udienza pubblica).

La civiltà non viene dall’Europa, ma dal profondo delle foreste dove gli uomini hanno ancora un rapporto filiale con la Terra e l’umiltà di sentirsi parte di essa e non suoi padroni.

 

L’Amazzonia simbolo dello sviluppo possibile e soprattutto “sostenibile” nel tempo, dal territorio e dagli uomini.

La foresta tropicale è un ecosistema che vive su se stesso, e forse proprio per questo ha una così grande varietà di specie che sfruttano ogni nicchia del sistema; ma varietà non vuol dire però quantità. Gli alberi richiedono anni per crescere e, se l’intervento è troppo drastico, non ricresceranno mai; ben lo sanno le popolazioni che praticano l’agricoltura nomade ai bordi di queste foreste e che procurano di non intaccare mai in profondità il tessuto della foresta [4].

Se gli alberi scompaiono il terreno non può sostenere lo sforzo agricolo per più di tre o quattro anni; poi è possibile solo l’allevamento; poi avanza il deserto.

Allora lo sviluppo vero perché duraturo non può fare a meno di conservare la foresta, come ormai finalmente si comincia a capire; i Parchi naturali diventano il centro di zone di sviluppo agricolo cui garantiscono regolarità di flusso delle acque, apporto di materia organica, stabilità climatica.

Abbiamo tutti studiato che l’Egitto ha sviluppato una prospera civiltà grazie al limo portato dalle piene autunnali del Nilo; una semplice occhiata alle odierne carte geografiche permette di capire che il Nilo potrà adempiere il suo compito solo se verranno conservate le foreste centroafricane da cui comincia il proprio cammino.

Sono cose che avrebbero dovuto essere presenti a tutti se non ci fossimo fatti abbagliare dalla pseudo-cornucopia della crescita tecnologica che si è sempre retta sulle risorse altrui. L’alta produttività dell’agricoltura dei paesi industrializzati si regge soprattutto su di un consumo abnorme di energia sotto forma di fertilizzanti, diserbanti etc.. I risultati li vediamo nell’atrazina quotidiana.

I paesi in via di sviluppo non hanno altri territori da sfruttare “oltremare”, nessun papa o re concederà loro nuovi regni e nuovi schiavi. Già ora essi devono liberarsi dalla schiavitù del Debito, loro imposto dagli antichi padroni.

Per farlo non possono che utilizzare le proprie risorse naturali che stanno dilapidando in una corsa impossibile con gli interessi.

Potremo difendere l’Amazzonia ed il futuro di tutto il mondo solo ponendoci il problema di uno sviluppo possibile per tutti, perché solo allora potremo chiedere ai Brasiliani di non distruggere la foresta, chiedendoglielo per il loro sviluppo e non perché è l’ultima risorsa che abbiamo lasciato.

 

[1] P.W. Richards, La foresta pluviale tropicale, Le Scienze, n. 67, marzo 1974.

[2] Il futuro di noi tutti, Bompiani, Milano 1988.

[3] L.R. Brown et Al.., State of the World, Isedi, Torino 1988.

[4] R.A. Rappaport, Il bilancio energetico di una società di agricoltori, Le Scienze, n.40, dicembre 1971.