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15 ottobre 2019Ripensare la sinistra – Ritrovare un popolo

 

L’ambiente al centro del programma della sinistra

Giuseppe Grazzini

Legambiente Fiorentina, Comitato Scientifico Toscana

La cultura attuale sembra riuscire a rigettare e dimenticare ogni elaborazione e sforzo che cerchi di dare una chiave di lettura ed interpretazione della realtà diversa dal solito. La crisi climatica ed i movimenti di giovani che reclamano di poter avere un futuro, associata alla crisi economica derivata dalle bolle finanziarie del 2008 hanno riportato in discussione il capitalismo e la sua necessità di crescita continua, misurata essenzialmente da quel PIL (Prodotto Interno Lordo) già criticato da Robert Kennedy troppi anni orsono e superato da parametri come l’indice di sviluppo umano (HDI Human Development Index) usato dall’ONU. Personalmente non sono contrario alla crescita in assoluto, per tener conto dello sviluppo dei Paesi emergenti, ma sono convinto che tale sviluppo non possa e non debba seguire le orme di quello dei paesi industrializzati, pena la loro stessa scomparsa. L’ambiente non è un optional da ricchi, né dovrebbe richiedere tecnologie ad hoc per la sua difesa. La sostenibilità ambientale avvantaggia soprattutto i meno abbienti, più facilmente vittime di alluvioni e temperature eccessive, oltre che meno capaci di ottenere cibo ed acqua a sufficienza.

E’ necessario però che le tecnologie produttive siano compatibili con l’ambiente, cioè il progresso tecnologico non deve essere orientato all’aumento della produttività dei lavoratori, ma soprattutto all’aumento della produttività del capitale, soprattutto di quello naturale. Mi rifaccio qui agli scritti di Hermann E. Daly (Lo stato stazionario, Sansoni 1981), a quelli di Barry Commoner (La povertà del potere, Garzanti 1976) o di Orio Giarini (Dialogo sulla ricchezza e il benessere, Mondadori 1981) per non parlare di N. Georgescu-Roegen, che dovrebbe essere ben conosciuto da chi parla di economia.

Si parla sempre più spesso di sviluppo invece che di crescita, ma spesso si intende la stessa cosa, anche se la distinzione sarebbe stata introdotta proprio per tener conto del fatto che la crescita economica non corrisponde sempre e soltanto ad una maggiore produzione di oggetti e consumo di risorse; lo scambio di servizi ha valore economico ma non comporta necessariamente il consumo. Che il pianeta e le sue risorse siano finite dovrebbe essere evidente a tutti, quindi la crescita di consumi non può continuare all’infinito ed è necessario assicurare equità nell’uso. E’ impossibile pensare ad una tutela dell’ambiente, quindi ridotti consumi, senza giustizia sociale.

Occorre leggere in positivo anche altri parametri come la tecnologia, da riconsiderare in rapporto agli obiettivi che ci si pongono, e non associarla solo alla riduzione di posti di lavoro o incrementi di nuovi mercati. L’aumento di produttività può portare ad aumentare l’occupazione, se l’aumento di prodotto ottenuto viene messo in rapporto al capitale impegnato e non al lavoratore occupato. Aumentare l’efficienza può significare ridurre i consumi di combustibile a parità di lavoro prodotto riducendo anche i danni ambientali e non solo il guadagno di denaro in rapporto alla spesa.

Esistono da decenni metodologie di valutazione dei processi, ad esempio l’analisi del ciclo di vita (LCA) già normate da anni (ISO 14040) che permettono di scegliere le tecnologie con minor impatto ambientale complessivo, dalla culla alla tomba. Solo utilizzandole sarà possibile costruire la tanto decantata economia circolare. Non dimenticando mai che nel ciclo ci saranno comunque perdite; dalla termodinamica sappiamo che un riciclo totale è impossibile.

E’ necessario abbandonare i luoghi comuni e tornare ad assegnare alle parole il loro significato originario e non solo il senso traslato, se vogliamo ragionare sul futuro degli uomini e sul loro benessere su questo pianeta, se vogliamo che “sviluppo sostenibile” non sia solo un vuoto slogan per chi vuole continuare a mantenere un’impossibile status quo.